Henry Miller, Tropico del Cancro, Mondadori, pp. 269, 10.00€

Henry Miller, Tropico del Cancro, Mondadori, pp. 269, 10.00€

Gancio potente che interrompe il passaggio d’ossigeno e lente che ridimensiona lo smarrimento ottico. Tropico del Cancro è storia di vita ed in quanto vita, irriverente e morente. Siamo nella Parigi degli anni trenta ed Henry Miller non racconta, vive. Vive di espedienti, di pasti raminghi, di occasioni perdute e di letteratura. Una letteratura che è “cascata di dosso”, una letteratura che non partorisce libri ma libelli, calunnie e diffamazione. Tre ossessioni: cibo, sesso e racconto. Oltre la metaletteratura, nel baratro della più sconcertante autobiografia, Miller disegna i sessi delle sue amanti, i contorni dei loro umori, i profili psicologici dei suoi commilitoni e lo fa senza remore o argini o barriere visive. Tutto vomitato in un unico grande respiro prima di un’apnea. Parigi non è ambientazione, è regista di scena. Le luci sono cupe, brune, a tratti sfolgoranti e vivide, accendini al buio nell’ultimo concerto solista prima del ritiro. “Il cancro del tempo ci divora. Protagonista non è il Tempo ma l’Atemporalità. Dobbiamo metterci al passo, passo serrato, verso la prigione della morte. Non c’è scampo. Non cambierà stagione. [..] Un anno, sei mesi fa, pensavo di essere un artista. Ora non lo penso più, lo sono.” E’ un artista Miller, un artista che preferisce il lento degrado europeo allo sfolgorante luccichio americano, che espone trasversalmente i suoi sensi alle intemperie dei giorni, che salta a piè pari l’ostacolo del buonsenso. Un artista di vita. “Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo.”
Valentina Introna
Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini,  Feltrinelli, pp 195, 8€

Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini, Feltrinelli, pp 195, 8€

Pier Vittorio Tondelli urla e urla talmente forte da lasciare un segno, un sassolino di riconoscimento nei coloratissimi anni ottanta.
Si libera dalla censura, sembra incarnare un fenomeno passeggero, uno scoppio, una luce, invece è un meteorite caduto sulla città. I suoi frammenti ancora si ritrovano andando in giro e perlustrando qua e là negli angoli. Sei racconti che l’autore preferisce chiamare “romanzo ad episodi” che si fanno portavoce di una collettività, quella bolognese, e più in generale di quel branco di venticinquenni che fa del pulp il suo testamento. “Altri libertini” non è solo un titolo è una chiave. Si aprono le porte del promiscuo, del proibito, del trash, dell’ “altro”, si getta uno sguardo sull’alieno che abita la città, sulla vertigine che provoca la diversità.La verità è che l’unico modo per parlare di “Altri libertini” è farsi investire da quel linguaggio popolare e pungente, guardare con desiderio la sessualità esasperata degli attori protagonisti e ricercare quell’urlo che, nonostante roboante, necessita di orecchie fini e consapevoli.
“Solo questo vi voglio dire credete a me lettori cari.
Bando a isterismi, depressioni scoglionature e smaronamenti.
Cercatevi il vostro odore eppoi ci saran fortune e buoni fulmini sulla strada.
Non ha importanza alcuna se sarà di sabbia del deserto o di montagne rocciose, fossanche quello dell’incenso giù
nell’India o quello un po’ più forte, tibetano o nepalese.
No, sarà pure l’odore dell’arcobaleno e del pentolino pieno d’ori
degli aquiloni bimbi miei, degli uccelletti, dei boschi verdi con in mezzo ruscelletti
gai e cinguettanti, delle giungle, sarà l’odore delle paludi, dei canneti, dei venti sui ghiacciai, saranno gli odori
delle bettole di Marrakesh o delle fumerie di Istambul, ah buoni davvero buoni odori in verità, ma saran pur sempre i vostri odori e allora via, alla faccia di tutti avanti!”
Tondelli è morto decisamente troppo presto.

Valentina Introna

William Faulkner, Una rosa per Emily, Adelphi, pp 99, € 9,00

William Faulkner, Una rosa per Emily, Adelphi, pp 99, € 9,00

Il Faulkner di “Una rosa per Emily” è il Faulkner delle prime volte. Tre racconti di presa di coscienza, tre donne che attraversano la linea d’ombra, tre gimcane di autoaffermazione. Un volumetto Adelphi che abbraccia storie del profondo Sud, un Sud dannatamente americano eppur così vicino alla robustezza e compostezza di certe nostre madri. Accorpati in un quadernetto di 99 pagine, sotto il titolo del più celebre racconto, nonché del primo in ordine cronologico, questi scorci di vita americana si misurano in finestre, fucili e cedri. “Miss Zilphia Gant” apre le danze: una vita alla finestra. Una finestra di chiusure e frustrazioni, un mondo da guardare e non toccare, una assoluta devozione ad una madre “con l’abilità di un uomo” e “la pertinacia di una parca” che scandisce i momenti di vita/non vita del suo creato. Un amore visto a sbarre al di qua delle inferriate, tra un odore di pittura e uno di mancata felicità. La forza di una donna che si riscatta dall’ereditarietà della colpa e che fa sopravvivere una progenie tutta al femminile, incurante delle dicerie e del suo essere “grassa come una pernice”. Anche la signora Emily si affaccia alla finestra. Raramente è una figura intera, quel che si scorge è il suo mezzobusto, in una nicchia, a vigilare su un passato da preservare e su un futuro da immobilizzare. Un paese protagonista che indaga nella vita della donna, che da giudizi e risposte, che non comprende il dolore di un lutto insuperabile. Una donna di polvere che si posa con cura e omogeneità su quel che ha amato. A chiudere il cerchio una giovane Juliet in “Adolescenza”. Una vita selvaggia da scandire al ritmo delle stagioni, due corpi nudi che si inondano di vita distanti dagli imbarazzi che il sesso scatena, odore di cedri e occhi di cenere. Un tiro alla fune con un passato disgraziato, un sentimento fraterno che si riaccende sotto una luna “che occhieggia da uno squarcio fra le nuvole”. Leggere questi racconti è un lasciarsi trasportare dalle descrizioni vivide e talvolta noir del più accessibile Faulkner, è un immergersi in situazioni crude e accattivanti con l’occhio discreto del voyeur, è trovare il coraggio di imbracciare i fucili.

Valentina Introna

Stefano Benni, il bar sotto il mare, feltrinelli, 6,50 euro, 196 pagine

Stefano Benni, il bar sotto il mare, feltrinelli, 6,50 euro, 196 pagine

Immaginate di essere persi nei vostri pensieri, in chissà quale porto fantastico ed inesistente, quando davanti a voi si materializza un uomo con una gardenia all’occhiello della giacca che scende delle scale che vanno verso il fondo del mare e vi si immerge. Immaginate di seguire quell’uomo, e di ritrovarvi improvvisamente in un bar stupefacente, un punto di incontro per personaggi misteriosi che si impegnano, per la durata di una notte, a raccontare una storia.
Il bar sotto il mare è il posto in cui ognuno di noi vorrebbe capitare almeno una volta nella vita, un posto in cui restare affascinati dai racconti che custodisce. Un bar in cui ci si fa compagnia, per una notte soltanto o per mesi interi. Aprite questo libro e lasciatevi raccontare delle storie, vi sembrerà di essere accanto all’uomo con gli occhiali neri, mentre sorseggiate del buon rum.
Stefano Benni e il suo talento vi accompagneranno in una lettura piacevole e divertente. finito il libro, vi verrà voglia di uscire e catapultarvi alla ricerca di un bar come questo.

Ilenia Caito
Alberoni, Viaggio nell’animo umano, Rizzoli, 18 euro, 262 pp

Alberoni, Viaggio nell’animo umano, Rizzoli, 18 euro, 262 pp

Già dall’ambizioso titolo “Viaggio nell’animo umano” si può ben comprendere quali siano gli intenti del nuovo saggio di Alberoni: analizzare tutto ciò che ritiene sfumature della complessità della nostre psiche, e sistematizzare il tutto in una grandiosa opera che si configura come un’enciclopedia dell’umanità.
Si parte dallo spiegare che ciò che noi possiamo vedere del mondo e di noi stessi è la punta dell’iceberg di ciò che realmente ci descriverebbe a pieno come umani e si arriva all’analisi delle dinamiche di massa, passando attraverso le grandi passioni e i grandi dilemmi umani: l’invidia, l’amore, il sesso, l’amicizia, l’aggressività e via discorrendo.
Ciò che potrebbe fare discutere è la scarsa accuratezza con cui Alberoni porta a termine questo progetto, spesso il lessico non è del tutto appropriato e la maggior parte dei paragrafi non aggiungono niente di nuovo a ciò che potrebbe tranquillamente sostenere la psicologia del senso comune.

Marinella Balzano
E. De luca, i pesci non chiudono gli occhi, feltrinelli 2011, 12 €, 115pp

E. De luca, i pesci non chiudono gli occhi, feltrinelli 2011, 12 €, 115pp

Come sempre dai libri di Erri De Luca ci si aspetta una buona scrittura, elegante e ricercata, con degli squarci che ci permettono di arrivare dentro le cose e osservarle da vicino; anche questa volta è andata così. Sfogliando questo testo, decisamente più spesso degli ultimi precedenti, ma comunque abbastanza breve (solo 115 pagine) lo scrittore napoletano ci mostra la sua adolescenza, quel momento in cui si rompe con l’esser bambini e si inizia a diventare grandi. Quella percezione che ognuno ha di avere il pensiero più simile ad un adulto che ad un bambino in un corpo ancora inadatto.
Mostrandoci la sua vita, erri de luca ci fornisce lo spunto per osservare il cambiamento e l’attaccamento ai nostri ricordi, come si formano i primi concetti di giustizia, di amore, di rispetto e come, alla fine, le nostre vite sono tutte abbastanza simili; tanto da potersi riconoscere prima in una forma di amore abbozzato per una ragazzina, della quale non si saprà mai il nome, e poi in un senso di giustizia così categorico da non lasciare scampo.

Luca Romano
J. Saramago, Cecità, Feltrinelli, pp. 276, 9.50€

J. Saramago, Cecità, Feltrinelli, pp. 276, 9.50€

“Probabilmente solo in un mondo di ciechi le cose saranno ciò che veramente sono, disse il medico, E le persone, domandò la ragazza dagli occhiali scuri, Anche le persone, non ci sarà nessuno a vederle […] La paura acceca, disse la ragazza dagli occhiali scuri, Parole giuste, eravamo già ciechi nel momento in cui lo siamo diventati, la paura ci ha accecato, la paura ci manterrà ciechi, Chi sta parlando, domandò il medico, Un cieco, rispose la voce, un semplice cieco, qui non c’è altro. Allora il vecchio dalla benda nera domandò, Di quanti ciechi ci sarà bisogno per fare una cecità.”
Cosa accadrebbe se, all’improvviso, un’intera popolazione fosse colpita da un mal bianco, una fulminea cecità senza alcuna causa apparente?
Immagino Saramago porsi questa domanda una notte e capire di aver avuto un’idea geniale da sviluppare nel suo, a mio parere migliore, romanzo. Come lui stesso scrive nel corso delle pagine, il titolo è da intendersi al plurale: possono essere molte le cecità che affliggono l’animo umano e lui, attraverso quella più semplice che colpisce l’organo di senso comunemente designato per la vista, ne analizza una per una fino a far intendere, nello spettacolare finale, che non basta avere due occhi per vedere o per essere visti ( “ Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”).
Ne risulta uno straordinario romanzo sulla crudeltà, sull’indifferenza e sull’egoismo, una minuziosa indagine dell’animo umano liberato dalle norme sociali e dalle costrazioni, una fotografia della bestialità dell’uomo lasciato libero: lo vediamo rubare, uccidere, minacciare, stuprare donne.
Nel buio più tetro (o nella luce più abbagliante, ma le due cose non sono così lontane come si può pensare) la speranza viene riposta nell’unica donna che inspiegabilmente conserva la vista, che come un Messia dei nostri tempi guida le pecorelle smarrite verso la sopravvivenza, guida che, come presto si capirà, non verrà esercitata secondo le leggi di ciò che viene ritenuto universalmente giusto; in un mondo di ciechi, paradossalmente, le sfumature non fanno che moltiplicarsi.

Marinella Balzano