Questa settimana abbiamo intervistato Carlo Mazza in occasione dell’uscita del suo libro “Lupi di fronte al mare” per l’editore e/o. L’intervista potete trovarla sul nostro blog, nella nuova sezione Video-interviste, o su youtube cliccando qui sotto:

Carlo Mazza - Lupi di fronte al mare - e/o

Annunci

Mr.Gwin - Alessandro Baricco - Feltrinelli

Questa settimana abbiamo seguito la presentazione di Mr.Gwin, il nuovo libro di alessandro Baricco, edito da LaFeltrinelli. Di seguito, ne trovate una parte:

Questa settimana abbiamo intervistato Lorenzo Esposito in occasione dell’uscita del suo libro “Il prossimo villaggio” per Caratteri Mobili. L’intervista potete trovarla sul nostro blog, nella nuova sezione Video-interviste, o su youtube cliccando qui sotto:

 

Il prossimo villaggio - Lorenzo Esposito - Ed. Caratteri Mobili

 

Torino

Torino

Ho riletto i due articoli che ho scritto per ‘Inchiostro’ dal Salone del Libro e ne sono rimasta scandalizzata, oltre ad aver provato un profondo senso di vergogna. Ecco cosa succede a mettersi davanti a un computer dopo una giornata tremendamente stancante e a non essere abbastanza lucida da scrivere due parole in fila digitando i tasti giusti! Mi scuso con quanti li hanno letti, solidarizzo con quelli che hanno riso di me e ringrazio chi li ha apprezzati dicendo che le mie ‘cronache’ li han fatti sentire là con me.

Ho una buona e una cattiva notizia. Inizio dalla cattiva: sto scrivendo questo pezzo comodamente seduta alla mia scrivania, ergo questo significa che sono tornata in terra di Puglia e mi sono lasciata Torino e il Salone alle spalle (la saudade mi sta divorando). La buona notizia è che avrò tutto il tempo di rileggere queste righe almeno due volte e di trovare e correggere tutti gli inevitabili errori di battitura che farò.

Premetto che ho peccato: domenica non sono stata a Salone, ma ho preferito visitare Torino, macinando chilometri a piedi e vedendo e fotografando tutto quello che potevo e memorizzando ancora di più (specie quando la batteria della mia fotocamera mi ha abbandonata sul più bello). Pertanto la prima parte di questo articolo non riguarderà strettamente il Salone; il che significa che quanti non fossero interessati a leggere del mio delirio turistico possono scorrere la pagina alla ricerca del punto esatto in cui inizia un resoconto generale della manifestazione.

Domenica 15 maggio mi sono buttata nelle braccia di una città che – più d’uno avrà capito – io amo più di ogni altra. Ho cercato e ritrovato luoghi che avevo vissuto undici anni fa, quando da liceale visitai il capoluogo piemontese per la prima volta.

L’obiettivo stavolta era uno e uno solo: il Museo Nazionale del Cinema. Sono una cinefila (tra le tante altre assurde cose che sono), ebbene sì e non sarei potuta ripartire da Torino se non avessi visitato un luogo che, nella mia immaginazione, ha la stessa forma del Paradiso. Sì, se l’Aldilà esiste e io mi sono guadagnata un posto fra i giusti, vorrei che fosse allestito esattamente così.

Non starò qui a raccontarvi ogni dettaglio del Museo, perché potrei tediare i poco interessati alla materia, ma soprattutto non avrei parole per descrivere l’emozione che ho provato nel trovarmi davanti le sceneggiature originali di ‘Psycho’ e di ‘Citizen Kane’, nell’urlare e saltare impudicamente difronte alla maschera di Darth Vader (sono una nerd, lo avevo già detto) e commuovermi guardando le foto di scena di ‘Metropolis’ (due giorni prima mi era successo anche al Lingotto, vedendo la prima edizione de ‘La coscienza di Zeno’ di Italo Svevo).

Però confesso di aver provato una gran delusione quando non ho trovato traccia dei Fratelli Marx in tutto il Museo, né di aver visto contemplato un grande classico come ‘Nosferatu’ nella sezione horror. Sono affronti che noi cinefili non meritiamo.

Il giro al Museo del Cinema è durato credo tre ore, ma più probabilmente ho perso la cognizione del tempo e dello spazio e quando mi sono accorta di aver visto proprio tutto mi ha assalito una gran malinconia. La Mole Antonelliana, però, riservava ancora una sorpresa: il suo ascensore panoramico mi ha portato su, su, su, fino a oltre 167 metri d’altezza. Da lassù la vista di Torino circondata dalle Alpi e attraversata dal Po mozza il fiato e non solo perché soffro di vertigini (che in questa particolare occasione non mi hanno ostacolata).

Quando alle tre del pomeriggio io e la pazientissima collega Angela (che ha assistito per tutta la mattina al mio imbarazzante e infantile comportamento, mi ha vista parlare da sola davanti a una teca contenente dei disegni originali di ‘Fantasia’ di Walt Disney e mi ha scattato decine di foto), abbiamo abbandonato la Mole puntando verso il fiume. Non si può andare a Torino e non vedere il Po! Se penso che ho passato la domenica pomeriggio sul lungofiume, assistendo a una gara di canottaggio e poi passeggiato per un parco adiacente e visitato chiese barocche e attraversato strade chiuse al traffico e piazze immerse in un sole quasi estivo, il tutto abbellito da centinaia di tricolori che vestivano Torino a festa… Beh, se penso a tutto questo e lo confronto con la mia realtà di tutti i giorni (il traffico scomposto di Bari, il rumore dei clacson immotivati ai semafori, gli omoni panciuti con una bottiglia di Peroni nelle mani sdraiati al sole sul Lungomare), mi viene uno scoramento che mi fa venire voglia di tornare là e non andarmene mai più! Lo so, tutto quello che ho detto di Bari fa parte del suo folklore, ma che posso farci se nell’animo sono una nordica con la puzza sotto il naso?

A sera è stato il momento di incamminarci verso il bus navetta che ci avrebbe riportati tutti in aeroporto. Volo impeccabile, tranne per una leggera turbolenza durata sì e no cinque minuti. Stavolta niente vuoti d’aria, niente fastidioso rombo dei motori (o forse mi ci ero semplicemente abituata), solo un atterraggio un po’ ‘aggressivo’. L’Italia dall’altro, di notte, fra le nuvole strappate che lasciano intravedere le luci di città che da lassù non hanno nome, trasmette una grande emozione… Sembrerebbe proprio un bel Paese, il nostro, da lassù!

A questo punto dovrei iniziare un resoconto generale del Salone del Libro, o per lo meno questo è nelle mie intenzioni. Mi sono resa conto (che stupido gioco di parole, resoconto/resa conto; ma non ho voglia di trovare un sinonimo appropriato per debellarlo), però, di essermi dilungata un po’ troppo e forse potrei risultare eccessivamente lunga e noiosa. Sapete che vi dico? Che se ‘Inchiostro’ me lo permette, io rimanderei il tutto a domani, con una quarta e ultima puntata! Me lo permetti, ‘Inchiostro’?

Lo so, ho fatto uno scherzetto a quelli cui non interessava un bel niente del Museo del Cinema e di Torino, ma è il prezzo da pagare per non amare le cose belle. E Torino è una cosa bella.

Angela Pansini

salone del libro torino

salone del libro torino

La promessa è stata mantenuta, Torino non mi ha tradito, la Mole è spuntata fra i tetti della città. In una serata piovosa di metà maggio, Torino si è rivelata in tutta la sua bellezza originaria intatta, rinnovata nella sua mutazione genetica da città industriale figlia dalla Fiat moribonda a luogo d’arte e di cultura. La cultura che non si mangia, quella che però la gente qui al Lingotto insegue affamata, con gli occhi pieni di luci, spalancati su pile di libri, agganciata saldamente alle labbra di scrittori e geni assortiti che si alternano in questi giorni del Salone.
Stamattina, dopo la pioggia di ieri sera, è spuntato il sole, il caldo è diventato ancora più caldo, la fortuna, cieca di solito, stavolta ci ha visto benissimo e ha puntato me. È stata una giornata piena di sorprese e di lacrime di commozione.
Alle 10:30 l’appuntamento era per la Sala Gialla, all’esterno un assembramento di sporchi comunisti plaudenti, all’interno, a parlare a una platea piena in ogni ordine di posti (ecco il perché dei rossi all’esterno), Paolo Flore D’Arcai, Margherita Hack, Marco Travaglio, Pierfranco Pellizzetti;
argomento La scrittura e l’impegno. I primi venticinque anni di MicroMega. Si parla di come la politica scriteriata di questo governo stia tagliando senza alcuna logica apparente tagli alla ricerca e all’istruzione pubblica e si concorda sul fatto che ogni buona dittatura aneli a comandare un popolo ignorante che possa seguire ciecamente chi è in testa all’esercito di barbari semi analfabeti.
Scelgo poi di tuffarmi nel mondo del fumetto (mia grande passione, che fa di me una nerd insospettabile) e vado alla presentazione di Jacovitti. Sessant’anni di surrealismo a fumetti, di Luca Boschi e Andrea Sani. L’ora passa in fretta, prendo asppunti per me e non solo per me, penso a chi aspetta a casa una cronaca di questo incontro, che vorrebbe essere là, penso alla mia tesi di laurea sulla storia del fumetto italiano. Jac è stato un genio assoluto, popolare, ma non plebeo, un eroe della Nona Arte poco riconosciuto dalla critica nazionale e poco tradotto all’estero. Un’eresia. Il programma della giornata avrebbe previsto un incontro con Luis Sepúlveda, ma l’idea diventa
improponibile quando, appena arrivata al Lingotto ,ma prima ancora di MicroMega e di Jac, mi imbatto in una coda chilometrica al Green Point per accaparrarsi i biglietti per assistere all’incontro. Decido che non posso spendere la mia mattinata, che vorrei dedicare a una passeggiata fra gli stand
delle case editrici e a qualche acquisto letterario, in coda per un biglietto. Nella vita bisogna imporsi delle priorità, io l’ho fatto.
E così mi avventuro nel dedalo di ideali vicoli creati fra queste librerie in miniatura, librerie senza pareti, senza costrizioni, in cui la gente entra ed esce liberamente come vermi gioiosi in mele succulente. È una gioia riconoscersi in quella varia umanità, incrociare uno sguardo e vederci quello di un fratello nella lettura, di un amico sconosciuto simile a me per via di un libro che tiene sotto braccio o di una piantina del Salone dispiegata davanti a sé.
Incontro combagni virtuali conosciuto su Facebook, Chiara e Liborio, i cui volti visti tante volte in fotografia ora diventano tridimensionali, le loro voci si modulano a contatto con il mio orecchio.
Boris mi regala un libro, La donna abitata di Gioconda Belli, dice che parla di una donna con gli attributi, come me. Chiara è bella e matta, come me (matta). Amano i libri, come me.
Dal Libraccio compro vecchie edizioni ingiallite di Medea di Christa Wolf e La donna della domenica di Fruttero e Lucentini. Infilo tutto in una gran borsa nera con il logo del Salone del Libro e inizio a domandarmi se il mio trolley non peserà troppo e RyanAir mi farà decollare oppure no.
A sera è la volta del Nobel, lui, Dario Fo. Un cognome la cui lunghezza è inversamente proporzionale al suo genio. Lo vedo arrivare in cappotto nero, sciarpa bianca e cappello borsalino; con lui l’inseparabile compagna di una vita, Franca Rame, in rosso.
Fo è immenso: colloquiando con Bruno Gambarotta parla di Boccaccio, della rielaborazione che ha fatto del Decameron, è pungente, dilaga in politica, si indigna sui temi sociali, gli applausi sembrano non finire mai.
È il momento delle domande dal pubblico, ho le gambe che tremano, ma mi dico che è un’occasione più unica che rara. Agito le braccia, prendo il microfono. Lui, il Nobel commenta ‘Son solo donne che fanno domande, le donne sono le più intraprendenti!’. Gli chiedo appunto un’opinione del ruolo della donna nella società moderna, un parere sullo svilimento cui, specie certa parte politica, sottopone il genere femminile negli ultimi anni. Lui, il Nobel, risponde e si indigna, batte i pugni sul tavolo, urla giustizia e riabilitazione per noi donne. Gli applausi sono ancora una volta scroscianti. Franca Rame è in prima fila, l’ammiro da lontano. In quel momento penso che non sarei lì se un signore gentilissimo nel pomeriggio, vedendomi in
coda per accaparrarmi un ingresso a quella presentazione, non mi avesse avvicinato cedendomi uno dei suoi due biglietti. Si chiama crossing, qui lo fanno. Da noi no. Il culto della roba.
Quando l’incontro si conclude è la volta di un’altra donna favolosa e di un grande giornalista: Michela Murgia conversa con Gad Lerner su Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna, l’ultimo libro della scrittrice sarda.
È un incontro interessante, profondo, che lascia notevoli spunti di riflessione su temi teologici e sociali e torna il problema di un femminismo da rivalutare, di una donna da proteggere e riscattare.
Il momento topico, però, arriva alla fine della presentazione, quando le persone libro declamano a memoria alcuni passaggi del libro della Murgia. Mi commuovo, sento la forza delle loro parole, penso a Bradbury e a libri bruciati.
Sono quasi le 22:00 e io sono seduta al tavolino di un bar, c’è l’Inno di Mameli suonato da un’orchestra strampalata a pochi metri da me. Il baccano è infernale e io ho una coccarda tricolore appuntata sulla mia polo blu. Fuori è buio, la bolla del Lingotto si staglia azzurra nel cielo torinese, ancora lui, magico. È la città del diavolo, questa, una città piena di misteri. Le vado incontro: stanotte è la notte dei musei aperti…

Angela Pansini

salone del libro torino

salone del libro torino

Primo giorno al Salone Internazionale del Libro di Torino.
Atterraggio morbido all’aeroporto di Caselle, il mio primo volo. Strana sensazione il rombo dei motori e i vuoti d’aria, vista ala fuori dal finestrino e poi la sorpresa improvvisa di una Torino notturna illuminata dalle luci tricolore del centocinquantenario dell’Unità d’Italia.
Il caldo e l’umidità fanno dimenticare di trovarsi a un passo dalle Alpi, ricordano piuttosto il piacevole tepore primaverile che ci saremmo aspettati di lasciarci alle spalle al decollo dalla Puglia.
Cerco di scorgere la sagoma della Mole tra i tetti della città sabauda; non la trovo, l’anelo come un sogno di felliniana memoria. È un appuntamento che attendo da undici anni, una promessa che spero di mantenere.
L’alba ha il sapore di un cornetto alla marmellata e un cappuccino serviti da un barista che riconosce il mio accento e si rivela essere un conterraneo emigrato. Noi pugliesi siamo dappertutto, siamo riconoscibili come una targa svizzera in pieno centro a Roma.
L’arrivo al Salone è la sorpresa di un accredito stampa che mi apre ogni porta (o quasi) e mi fa sentire semi-onnipotente.
Il programma è serratissimo, la lista degli appuntamenti già stilata a casa, con largo anticipo, ogni tappa stabilita e rispettata.
La giornata si apre con Alberto Angela, ‘il figlio’, lui, l’intellettuale dal fascino assassino. Due mie amiche vanno in orgasmo a un suo ammiccamento mentre firma loro un autografo, io lo ascolto interessata, rapita. È in grado di raccontarmi il viaggio di un sesterzio per tutto l’Impero romano, di tratteggiarmi la varia umanità, la società dell’epoca, i vizi e le virtù di quegli antenati come se narrasse una bella favola. E imparo, o piuttosto ripasso vecchie nozioni di Storia.

È poi il momento di incontrare Luciana Castellina, una ‘vecchia’ comunista e femminista migliorata lasciando decantare la passione di un tempo con la saggezza dell’esperienza. Si parla di femminile, del significato di questa parola nella società odierna, dello svilimento del corpo della donna e del contemporaneo autolesionismo degli uomini che fanno di tutto per insegnare a noi donne che per essere migliori dovremmo somigliare un po’ di più a loro, o fare le prostitute.
L’evento del giorno è però l’incontro, il mio incontro con Margherita Hack. Lei argomenta ironica, intelligente, unica nel suo genere, spiegando con estrema facilità l’astrofisica a noi profani.
Mi domando perché una donna così, a 89 anni, non sia ancora senatrice a vita. E mentre me lo domando mi balena l’idea: fra le tante che le vengono rivolte, decido di formularle anch’io una domanda. Mi alzo in piedi, microfono alla bocca, voce impostata e chiara: «Cosa ne pensa delle varie trasmissioni pseudo scientifiche che instillano false credenze nel pubblico che le segue? E in Italia si fa abbastanza informazione di carattere scientifico?». Lei risponde, argomenta ancora per dieci minuti buoni insieme al giornalista Viviano Domenici. Sono fiera di me, qualcuno al mio fianco si complimenta per la domanda intelligente, le mie amiche filmano il momento, è l’evento del giorno allo stand della Stilo Editrice (con cui viaggio), il racconto passa di bocca in bocca. Ho rivolto una domanda a un genio e lei mi ha risposto, sorridendomi. Mi concedo una pausa per uno spuntino ed è subito la volta di un altro mostro sacro, Umberto Eco.
La sua è una lectio magistralis: ‘Fare romanzi: libertà e costrizione dello scrittore’. Ammetto che un po’ mi delude. Legge, se la prende con il portatile che non proietta sullo schermo alle sue spalle le immagini che vorrebbe, che ha scelto per quella presentazione. È ironico, pungente, ma ha un non so che di freddo, poco confidenziale, irraggiungibile. È Umberto Eco, l’autore de Il nome della rosa, un romanzo che lo ha reso celebre, ma che perciò lui odia.
In questo momento scorro con la mente le immagini, i suoni, i colori, gli odori della giornata e vorrei raccontare tanto di più, ma sono ranicchiata su uno sgabello nel nostro stand, con un Pc lillipuziano sulle ginocchia e la batteria sta per cedere e devo andar di fretta, non ho il tempo di correggere gli errori di battitura, c’è chi lo farà per me… Ma ho comunque voglia di raccontare.
Ho dedicato parte della giornata allo svago: ho assistito a una performance degli Oblivion, quelli de Il Promessi Sposi in dieci minuti che su YouTube hanno migliaia di visualizzazioni, ho assistito con dei bambini chiassosi a un incontro con Spiderman e Capitan America (che somigliava piuttosto a
Renato Pozzetto, ma parlava inglese).
Ho scelto il prossimo fumetto che leggerò, Nero come il cuore, di Giancarlo De Cataldo (sceneggiatura) e Angelo Bussacchini. Un noir di parole scritte negli anni Ottanta e chine fresche di pochi mesi. Tornerò a casa forse con solo questo fumetto in valigia, forse domani girerò per gli stand degli editori, fra una presentazione e l’altra, fra una lectio magistralis e una conferenza e farò acquisti che dovrò spedire in Puglia con un corriere, se voglio salire sul volo RyanAir che mi porterà a casa fra due giorni. E non vorrei, starei qui per mesi, anni, perdendo la cognizione del tempo e dello spazio, fra odore di carta e volti di autori che riconosco tra la folla.
Oggi ho incrociato Valerio Massimo Manfredi, Alan Elkann e forse qualcun altro che non horiconosciuto. Mi sono persa Erri De Luca perché potevo seguire solo due incontri con i grandi autori e ho esaurito il mio bonus con Hack e Eco. Domani chissà come mi accadrà. Saprò dirlo solo dopo aver aperto gli occhi, essermi affacciata da una mansarda e aver posato il mio sguardo sui tetti torinesi, alla ricerca della Mole, aspettando più tardi la metro che mi porti al Lingotto e mi sarò gettata nella mischia, nurendomi di ciò che mi dà più piacere al mondo: l’odore e la consistenza della carta stampata.

Angela Pansini

e-book reader

e-book reader

Con un occhio d’attenzione alle novità, che abbiamo sempre avuto, vi segnaliamo una notizia inaspettata. Da pochi giorni sono stati pubblicati, dall’associazione degli editori americani, i dati di vendite relativi a febbraio 2011. E qual è la grande novità? Per la prima volta nella storia dell’editoria, si sono venduti più ebook che libri su carta. L’AAP (Association of American publishers) dichiara infatti aumentate del 202,3% le vendite di ebook nel mese di febbraio, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Probabilmente questo dato è strettamente connesso, spiega l’associazione, alle grande vendita di ereader nel periodo natalizio. In ogni caso la svolta sembra per il mercato mondiale sembra imminente. Chissà se il mercato italiano sarà pronto, qui da noi, infatti, sembra abbastanza reticente anche solo la vendita di ereader, tuttavia anche qui l’editoria ha bisogno di una scossa, magari questo potrebbe essere lo stimolo giusto.

Luca Romano