Giusi Marchetta, L’iguana non vuole, Rizzoli, 292 pp, 17,50€

Giusi Marchetta, L’iguana non vuole, Rizzoli, 292 pp, 17,50€

Parlare di scuola in questo momento non è facile per nessuno, farlo in un romanzo, per giunta d’esordio, può rendere le cose ancora più complesse. Giusi Marchetta ci racconta la scuola vista con gli occhi di una insegnante di sostegno giunta da poco in questo mondo. Ci racconta di come sia difficile approcciarsi, dopo aver studiato tanto e appreso tanta teoria, con il mondo della pratica, di come sia difficile avere a che fare con bambini che necessitano un sostegno; nonostante tutto non tralascia, nella narrazione, l’aspetto un po’ più intimo della vita di una donna. Lei, come la protagonista nel libro, è una insegnante di sostegno giovane e probabilmente alle prime armi, quindi l’esperienza narrata sicuramente avrà preso spunto da fatti concreti, questo però, fornisce quel tocco di realtà che rende il libro più complesso delle analisi che generalmente si fanno dall’esterno.
L’obiettivo del libro probabilmente non è solo quello di narrare un evento o una situazione, ma quello di allargare il dibattito sulla scuola reso celebre da Baricco e dalla Mastrocola, al mondo degli insegnanti di sostegno, che con la riforma hanno avuto un colpo duro e che invece se messi in condizione di lavorare rendono sicuramente più facile il lavoro anche degli altri insegnanti.

Luca Romano
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E. De luca, i pesci non chiudono gli occhi, feltrinelli 2011, 12 €, 115pp

E. De luca, i pesci non chiudono gli occhi, feltrinelli 2011, 12 €, 115pp

Come sempre dai libri di Erri De Luca ci si aspetta una buona scrittura, elegante e ricercata, con degli squarci che ci permettono di arrivare dentro le cose e osservarle da vicino; anche questa volta è andata così. Sfogliando questo testo, decisamente più spesso degli ultimi precedenti, ma comunque abbastanza breve (solo 115 pagine) lo scrittore napoletano ci mostra la sua adolescenza, quel momento in cui si rompe con l’esser bambini e si inizia a diventare grandi. Quella percezione che ognuno ha di avere il pensiero più simile ad un adulto che ad un bambino in un corpo ancora inadatto.
Mostrandoci la sua vita, erri de luca ci fornisce lo spunto per osservare il cambiamento e l’attaccamento ai nostri ricordi, come si formano i primi concetti di giustizia, di amore, di rispetto e come, alla fine, le nostre vite sono tutte abbastanza simili; tanto da potersi riconoscere prima in una forma di amore abbozzato per una ragazzina, della quale non si saprà mai il nome, e poi in un senso di giustizia così categorico da non lasciare scampo.

Luca Romano
Mario Desiati – Ternitti – Mondadori 2011 – 258 pp – 18,50€

Mario Desiati – Ternitti – Mondadori 2011 – 258 pp – 18,50€

“La storia di Mimì era fatta di accostamenti incongrui, di similitudini arbitrarie. Era una donna che
scompaginava le convenzioni, le sicurezze dei suoi più intimi conoscenti. Di persone simili l’umanità è piena,
ma ben pochi hanno la coscienza per vivere a fondo questa elezione.”
Non vi nascondo che questo libro l’ho distrutto.
Spiegazzato, sporcato, sottolineato, ne ho piegato le pagine, ci ho dormito sopra in una notte passata in
Piazza San Marco, scritto, macchiato, vissuto, consumato. L’ho letto in due giorni di viaggio, a cavallo tra
barcellona e venezia. Mi ci sono affezionata, ogni tanto lo riapro anche senza leggerne neanche un rigo.
Mimì è la protagonista di questo romanzo ed è una luce. Violenta, acceca. Ti mostra un modo di essere, che
credi non ti appartenga. Ed invece è solo paura.
Sarà perché Desiati scrive in maniera così poetica, sarà che racconta la mia terra da cui è impossibile slegarsi,
mettiamoci anche l’aver letto questo libro in un momento particolare della mia vita, ma a me Ternitti è
piaciuto moltissimo e consiglio a tutti di leggerlo.

Ilenia Caito

Ho aperto davanti a me il programma del Salone. Sfoglio le pagine gualcite, stanche di essere annotate, evidenziate, segnate con un ‘orecchio’ sull’angolo in alto a destra o a sinistra (a seconda dei casi) e continuo a provare quello strano senso di vuoto che lasciano i grandi incontri quando finiscono, quando saluti qualcuno e lo lasci andare via per sempre.

Chi a Torino non c’era forse reputerà esagerata questa mia reazione al distacco da un evento che mi rimarrà impresso molto a lungo, chi invece c’era potrà capirmi. E poi, per me, era la prima volta. Era perfino la prima volta che prendevo un aereo, all’età di 29 anni, e ho vissuto tutto con il candore e l’entusiasmo di una bambina. Chissà Pascoli cosa penserebbe di me.

È l’ora di tirare le somme e di esser seri.

XXIV Salone Internazionale del Libro di Torino, pro e contro.

Iniziamo dai ‘contro’.

Il biglietto d’ingresso, 10 euro; forse un po’ troppo, considerato il fatto che all’interno la maggior parte dei visitatori ha speso somme ben più esose per l’acquisto di libri, fumetti e quant’altro.

Altra pecca, la pressoché totale mancanza di sconti sui libri acquistati; tranne in rare eccezioni (e salvo Il Libraccio, che vende vecchie edizioni a prezzi ridottissimi), tutto ciò che era presente negli stand degli editori era venduto a prezzo pieno.

E ancora, per quanto l’organizzazione fosse eccellente, ho da segnalare la discutibile coordinazione fra gli eventi musicali e le conferenze o presentazioni che si tenevano nelle sale adiacenti (per altro aperte e ovviamente non insonorizzate); così un Dario Fo si è trovato a sdrammatizzare chiedendo un ‘La’ e dicendo che avrebbe provato a parlare a tempo, quando durante il suo intervento è partito un chiassoso sottofondo musicale che disturbava non poco lui e il suo pubblico.

Sulla coincidenza di molti eventi mi trovo a far spallucce, rendendomi conto sarebbe stato impossibile incastrare così tanti incontri in modo tale che il povero avventore non si ritrovasse a litigare con il programma e a invocare inutilmente il dono dell’ubiquità. Peccato solo che nella giornata di sabato 14 maggio fossero stati concentrati ben troppi eventi Green Point (con protagonisti grandi personaggi del calibro di Luis Sepúlveda, James Redfield, Dario Fo, Mario Desiati e Michela Murgia, solo per citarne alcuni) e che fosse impossibile, se non attraverso un’opera di perfetta sinergia in accordo con amici e parenti, accaparrarsi tutti gli ingressi, dato che a ogni visitatore veniva data la possibilità di richiedere ogni giorno solo due biglietti a testa per due singoli eventi (per quattro biglietti complessivi). A tal proposito ricordo uno spiacevole episodio accorso sabato pomeriggio, quando le casse del Green Point sono state aperte mezz’ora prima del previsto (alle 14:00 anziché alle 14:30) e senza alcun preavviso; così che i biglietti per gli interventi di Dario Fo e Serena Dandini sono andati esauriti quasi immediatamente, lasciando a bocca asciutta quanti si erano messi in coda poco prima dell’orario stabilito.

arena-bookstock

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Passiamo agli aspetti positivi, che sono tanti e che nel raccontare vedranno riversati su questa pagina tutte le emozioni che il Salone mi ha dato e che sembrerebbero non essere dispiaciuti ad alcuni dei miei lettori.

Impossibile dimenticare le lunghe code davanti alla Sala Oval, il pubblico all’esterno della Sala Gialla, il chiassoso agitarsi di centinaia di appassionati lettori tra gli stand degli espositori. Ho fatto un bagno di cultura, ma soprattutto mi sono immersa nel piacere di incontrare e conversare con degli sconosciuti che con me condividono la passione per i libri e per la conoscenza. Più volte ho ripensato in questi giorni a quanti sostengono che con la cultura non si mangia, con quanti ritengono che l’Italia sia, tutto sommato, un paese di ignoranti. Forse la buona Italia e la bella gioventù erano tutte là, stipate allegramente nel Lingotto. Perché la bella gioventù c’era ed era commovente a vedersi: ragazzi con libro sotto braccio, nelle borse, che accarezzavano carta stampata esposta negli stand, si confrontavano, si facevano fotografare accanto a una gigantografia del loro autore preferito.

Ricordo ancora con estremo piacere l’aver conosciuto una splendida coppia di sessantenni, incontrati durante una delle interminabili code al Green Point e che poi ho più volte incrociato durante il giorno. Due torinesi Doc che mi hanno parlato della loro città, che mi hanno chiesto della mia regione e hanno provato invidia (loro, che vivono in uno dei più bei posti d’Italia) quando ho detto che il mio governatore è Nichi Vendola; la composta e distinta signora torinese con un libro sotto braccio ha esclamato: «Che culo!», scusandosi subito dopo. Sono incontri che riempiono di bellezza la vita, sono momenti che danno un senso a tutto quella che fai, che vuoi, a quelle che sono le tue passioni. Non li rivedrò mai più, non conosco i loro nomi, ma so che ho passato in loro compagnia due splendide ore.

Due le parole chiave di questo Salone: ‘sporchi comunisti’ e ‘femminile’.

Sarà mica che la cultura è una cosa di sinistra? Ho visto e ascoltato al Lingotto tanti di quei discorsi anti-Berlusconi, tante di quelle invettive contro un governo che taglia i fondi alla ricerca e alla cultura e tanti di quegli applausi a Travaglio, alla Hack (specie quando si è ricordato il suo impegno a favore del riconoscimento alle coppie omosessuali e del testamento biologico e si è ricordato che l’astrofisica è presidente onorario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), a Lerner e a Fo che mi è venuto il sospetto di trovarmi in un covo di ‘rossi’. Strano, io non ho sentito cattivo odore. E mi facevo due docce al giorno (sapete, faceva caldo, a Torino).

Femminile, femminilità, femminismo è stato l’altro mio personalissimo fil rouge del Salone. Dall’incontro con Luciana Castellina all’Arena Bookstock, alla mia domanda a Fo (mi piace ripeterlo e credo che lo inserirò nel mio curriculum vitae: ho fatto una domanda a un Premio Nobel, i miei quindici minuti di celebrità), alle mitiche Littizzetto e Dandini, fino alle meravigliose donne con cui ho diviso questa esperienza: Carlotta, Marina, Maria, Alessia, Angela, Serena, Gemma, Chiara, Jenny… Ho sentito parlare di donne e ho parlato con le donne; le donne, non le ‘femmine’, le donne con la D maiuscola, quelle che non hanno bisogno di sentirsi dire che hanno gli attributi e di essere equiparate anatomicamente a un uomo per sapere che hanno in sé il meglio del mondo.

Voglio ancora ricordare tutti in fila i volti noti incrociati questi giorni, volti, ma anche personalità che possono piacere o meno, ma che da sempre danno qualcosa alla nostra povera patria: Valerio Massimo Manfredi, Paolo Dorfles, Alain Elkann, Alberto Angela, Mauro Corona, Neri Marcorè, Margherita Hack, Erri De Luca, Giampiero Mughini, Luciana Littizzetto, Serena Dandini, Dario Fo e Franca Rame, Bruno Gambarotta, Michela Murgia, Gad Lerner, Marco Travaglio, Paolo Flores d’Arcais, Pierfranco Pellizzetti, Umberto Eco, Giancarlo De Cataldo, Dacia Maraini, Bruno Bozzetto, Francesca Comencini, Igor Cassina, Mario Desiati, Piero Fassino, gli Oblivion… E chissà quanti altri che ho incrociato e non ho riconosciuto!

Pensare che non ho chiesto neppure un autografo; non sono una di quelli, non me ne faccio nulla di un nome scarabocchiato su un pezzo di carta; preferisco uno sguardo, una stretta di mano, un ‘grazie’ o un ‘complimenti per quello che fa’ detto a mezza voce. Preferisco il contatto diretto, preferisco sentire che in questo Paese c’è ancora del buono. Cavoli, tornare a casa e al lavoro dopo questa scorpacciata di genialità non è mica facile!

Ammetto di essere stata un po’ qualunquista e commerciale, ho snobbato le presentazioni di piccole case editrici, di scrittori esordienti o semi-sconosciuti. Non me ne vogliate, ma se prendo per la prima volta in vita mia un aereo, mi faccio mille chilometri e vado al Salone del Libro, voglio pensare in grande e fare cose che difficilmente mi ricapiterebbe di fare stando nella mia città.

Ecco, ora credo di essere davvero giunta alla fine delle mie ‘cronache torinesi’. No, non ho scritto tutto quello che vorrei, perché se dovessi farlo dovrei riversare su questa pagina ogni singolo ricordo dei giorni a Torino e ho voglia di tenere qualcosa per me, per paura che sfugga per sempre dalla mia memoria. Non è nulla di importante, però; solo ricordi, odori, colori, sensazioni, l’incontro di uno sguardo, un sorriso complice, una foto scherzosa, un complimento inaspettato, una risata fra amiche.

Sento di nuovo la saudade che mi assale e stavolta è perché non avrò più da scrivere i miei articoli per ‘Inchiostro’. Mi mancherà farlo, ma spero sia solo un arrivederci al XXV Salone internazionale del Libro di Torino!

Angela Pansini

Torino

Torino

Ho riletto i due articoli che ho scritto per ‘Inchiostro’ dal Salone del Libro e ne sono rimasta scandalizzata, oltre ad aver provato un profondo senso di vergogna. Ecco cosa succede a mettersi davanti a un computer dopo una giornata tremendamente stancante e a non essere abbastanza lucida da scrivere due parole in fila digitando i tasti giusti! Mi scuso con quanti li hanno letti, solidarizzo con quelli che hanno riso di me e ringrazio chi li ha apprezzati dicendo che le mie ‘cronache’ li han fatti sentire là con me.

Ho una buona e una cattiva notizia. Inizio dalla cattiva: sto scrivendo questo pezzo comodamente seduta alla mia scrivania, ergo questo significa che sono tornata in terra di Puglia e mi sono lasciata Torino e il Salone alle spalle (la saudade mi sta divorando). La buona notizia è che avrò tutto il tempo di rileggere queste righe almeno due volte e di trovare e correggere tutti gli inevitabili errori di battitura che farò.

Premetto che ho peccato: domenica non sono stata a Salone, ma ho preferito visitare Torino, macinando chilometri a piedi e vedendo e fotografando tutto quello che potevo e memorizzando ancora di più (specie quando la batteria della mia fotocamera mi ha abbandonata sul più bello). Pertanto la prima parte di questo articolo non riguarderà strettamente il Salone; il che significa che quanti non fossero interessati a leggere del mio delirio turistico possono scorrere la pagina alla ricerca del punto esatto in cui inizia un resoconto generale della manifestazione.

Domenica 15 maggio mi sono buttata nelle braccia di una città che – più d’uno avrà capito – io amo più di ogni altra. Ho cercato e ritrovato luoghi che avevo vissuto undici anni fa, quando da liceale visitai il capoluogo piemontese per la prima volta.

L’obiettivo stavolta era uno e uno solo: il Museo Nazionale del Cinema. Sono una cinefila (tra le tante altre assurde cose che sono), ebbene sì e non sarei potuta ripartire da Torino se non avessi visitato un luogo che, nella mia immaginazione, ha la stessa forma del Paradiso. Sì, se l’Aldilà esiste e io mi sono guadagnata un posto fra i giusti, vorrei che fosse allestito esattamente così.

Non starò qui a raccontarvi ogni dettaglio del Museo, perché potrei tediare i poco interessati alla materia, ma soprattutto non avrei parole per descrivere l’emozione che ho provato nel trovarmi davanti le sceneggiature originali di ‘Psycho’ e di ‘Citizen Kane’, nell’urlare e saltare impudicamente difronte alla maschera di Darth Vader (sono una nerd, lo avevo già detto) e commuovermi guardando le foto di scena di ‘Metropolis’ (due giorni prima mi era successo anche al Lingotto, vedendo la prima edizione de ‘La coscienza di Zeno’ di Italo Svevo).

Però confesso di aver provato una gran delusione quando non ho trovato traccia dei Fratelli Marx in tutto il Museo, né di aver visto contemplato un grande classico come ‘Nosferatu’ nella sezione horror. Sono affronti che noi cinefili non meritiamo.

Il giro al Museo del Cinema è durato credo tre ore, ma più probabilmente ho perso la cognizione del tempo e dello spazio e quando mi sono accorta di aver visto proprio tutto mi ha assalito una gran malinconia. La Mole Antonelliana, però, riservava ancora una sorpresa: il suo ascensore panoramico mi ha portato su, su, su, fino a oltre 167 metri d’altezza. Da lassù la vista di Torino circondata dalle Alpi e attraversata dal Po mozza il fiato e non solo perché soffro di vertigini (che in questa particolare occasione non mi hanno ostacolata).

Quando alle tre del pomeriggio io e la pazientissima collega Angela (che ha assistito per tutta la mattina al mio imbarazzante e infantile comportamento, mi ha vista parlare da sola davanti a una teca contenente dei disegni originali di ‘Fantasia’ di Walt Disney e mi ha scattato decine di foto), abbiamo abbandonato la Mole puntando verso il fiume. Non si può andare a Torino e non vedere il Po! Se penso che ho passato la domenica pomeriggio sul lungofiume, assistendo a una gara di canottaggio e poi passeggiato per un parco adiacente e visitato chiese barocche e attraversato strade chiuse al traffico e piazze immerse in un sole quasi estivo, il tutto abbellito da centinaia di tricolori che vestivano Torino a festa… Beh, se penso a tutto questo e lo confronto con la mia realtà di tutti i giorni (il traffico scomposto di Bari, il rumore dei clacson immotivati ai semafori, gli omoni panciuti con una bottiglia di Peroni nelle mani sdraiati al sole sul Lungomare), mi viene uno scoramento che mi fa venire voglia di tornare là e non andarmene mai più! Lo so, tutto quello che ho detto di Bari fa parte del suo folklore, ma che posso farci se nell’animo sono una nordica con la puzza sotto il naso?

A sera è stato il momento di incamminarci verso il bus navetta che ci avrebbe riportati tutti in aeroporto. Volo impeccabile, tranne per una leggera turbolenza durata sì e no cinque minuti. Stavolta niente vuoti d’aria, niente fastidioso rombo dei motori (o forse mi ci ero semplicemente abituata), solo un atterraggio un po’ ‘aggressivo’. L’Italia dall’altro, di notte, fra le nuvole strappate che lasciano intravedere le luci di città che da lassù non hanno nome, trasmette una grande emozione… Sembrerebbe proprio un bel Paese, il nostro, da lassù!

A questo punto dovrei iniziare un resoconto generale del Salone del Libro, o per lo meno questo è nelle mie intenzioni. Mi sono resa conto (che stupido gioco di parole, resoconto/resa conto; ma non ho voglia di trovare un sinonimo appropriato per debellarlo), però, di essermi dilungata un po’ troppo e forse potrei risultare eccessivamente lunga e noiosa. Sapete che vi dico? Che se ‘Inchiostro’ me lo permette, io rimanderei il tutto a domani, con una quarta e ultima puntata! Me lo permetti, ‘Inchiostro’?

Lo so, ho fatto uno scherzetto a quelli cui non interessava un bel niente del Museo del Cinema e di Torino, ma è il prezzo da pagare per non amare le cose belle. E Torino è una cosa bella.

Angela Pansini

salone del libro torino

salone del libro torino

La promessa è stata mantenuta, Torino non mi ha tradito, la Mole è spuntata fra i tetti della città. In una serata piovosa di metà maggio, Torino si è rivelata in tutta la sua bellezza originaria intatta, rinnovata nella sua mutazione genetica da città industriale figlia dalla Fiat moribonda a luogo d’arte e di cultura. La cultura che non si mangia, quella che però la gente qui al Lingotto insegue affamata, con gli occhi pieni di luci, spalancati su pile di libri, agganciata saldamente alle labbra di scrittori e geni assortiti che si alternano in questi giorni del Salone.
Stamattina, dopo la pioggia di ieri sera, è spuntato il sole, il caldo è diventato ancora più caldo, la fortuna, cieca di solito, stavolta ci ha visto benissimo e ha puntato me. È stata una giornata piena di sorprese e di lacrime di commozione.
Alle 10:30 l’appuntamento era per la Sala Gialla, all’esterno un assembramento di sporchi comunisti plaudenti, all’interno, a parlare a una platea piena in ogni ordine di posti (ecco il perché dei rossi all’esterno), Paolo Flore D’Arcai, Margherita Hack, Marco Travaglio, Pierfranco Pellizzetti;
argomento La scrittura e l’impegno. I primi venticinque anni di MicroMega. Si parla di come la politica scriteriata di questo governo stia tagliando senza alcuna logica apparente tagli alla ricerca e all’istruzione pubblica e si concorda sul fatto che ogni buona dittatura aneli a comandare un popolo ignorante che possa seguire ciecamente chi è in testa all’esercito di barbari semi analfabeti.
Scelgo poi di tuffarmi nel mondo del fumetto (mia grande passione, che fa di me una nerd insospettabile) e vado alla presentazione di Jacovitti. Sessant’anni di surrealismo a fumetti, di Luca Boschi e Andrea Sani. L’ora passa in fretta, prendo asppunti per me e non solo per me, penso a chi aspetta a casa una cronaca di questo incontro, che vorrebbe essere là, penso alla mia tesi di laurea sulla storia del fumetto italiano. Jac è stato un genio assoluto, popolare, ma non plebeo, un eroe della Nona Arte poco riconosciuto dalla critica nazionale e poco tradotto all’estero. Un’eresia. Il programma della giornata avrebbe previsto un incontro con Luis Sepúlveda, ma l’idea diventa
improponibile quando, appena arrivata al Lingotto ,ma prima ancora di MicroMega e di Jac, mi imbatto in una coda chilometrica al Green Point per accaparrarsi i biglietti per assistere all’incontro. Decido che non posso spendere la mia mattinata, che vorrei dedicare a una passeggiata fra gli stand
delle case editrici e a qualche acquisto letterario, in coda per un biglietto. Nella vita bisogna imporsi delle priorità, io l’ho fatto.
E così mi avventuro nel dedalo di ideali vicoli creati fra queste librerie in miniatura, librerie senza pareti, senza costrizioni, in cui la gente entra ed esce liberamente come vermi gioiosi in mele succulente. È una gioia riconoscersi in quella varia umanità, incrociare uno sguardo e vederci quello di un fratello nella lettura, di un amico sconosciuto simile a me per via di un libro che tiene sotto braccio o di una piantina del Salone dispiegata davanti a sé.
Incontro combagni virtuali conosciuto su Facebook, Chiara e Liborio, i cui volti visti tante volte in fotografia ora diventano tridimensionali, le loro voci si modulano a contatto con il mio orecchio.
Boris mi regala un libro, La donna abitata di Gioconda Belli, dice che parla di una donna con gli attributi, come me. Chiara è bella e matta, come me (matta). Amano i libri, come me.
Dal Libraccio compro vecchie edizioni ingiallite di Medea di Christa Wolf e La donna della domenica di Fruttero e Lucentini. Infilo tutto in una gran borsa nera con il logo del Salone del Libro e inizio a domandarmi se il mio trolley non peserà troppo e RyanAir mi farà decollare oppure no.
A sera è la volta del Nobel, lui, Dario Fo. Un cognome la cui lunghezza è inversamente proporzionale al suo genio. Lo vedo arrivare in cappotto nero, sciarpa bianca e cappello borsalino; con lui l’inseparabile compagna di una vita, Franca Rame, in rosso.
Fo è immenso: colloquiando con Bruno Gambarotta parla di Boccaccio, della rielaborazione che ha fatto del Decameron, è pungente, dilaga in politica, si indigna sui temi sociali, gli applausi sembrano non finire mai.
È il momento delle domande dal pubblico, ho le gambe che tremano, ma mi dico che è un’occasione più unica che rara. Agito le braccia, prendo il microfono. Lui, il Nobel commenta ‘Son solo donne che fanno domande, le donne sono le più intraprendenti!’. Gli chiedo appunto un’opinione del ruolo della donna nella società moderna, un parere sullo svilimento cui, specie certa parte politica, sottopone il genere femminile negli ultimi anni. Lui, il Nobel, risponde e si indigna, batte i pugni sul tavolo, urla giustizia e riabilitazione per noi donne. Gli applausi sono ancora una volta scroscianti. Franca Rame è in prima fila, l’ammiro da lontano. In quel momento penso che non sarei lì se un signore gentilissimo nel pomeriggio, vedendomi in
coda per accaparrarmi un ingresso a quella presentazione, non mi avesse avvicinato cedendomi uno dei suoi due biglietti. Si chiama crossing, qui lo fanno. Da noi no. Il culto della roba.
Quando l’incontro si conclude è la volta di un’altra donna favolosa e di un grande giornalista: Michela Murgia conversa con Gad Lerner su Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna, l’ultimo libro della scrittrice sarda.
È un incontro interessante, profondo, che lascia notevoli spunti di riflessione su temi teologici e sociali e torna il problema di un femminismo da rivalutare, di una donna da proteggere e riscattare.
Il momento topico, però, arriva alla fine della presentazione, quando le persone libro declamano a memoria alcuni passaggi del libro della Murgia. Mi commuovo, sento la forza delle loro parole, penso a Bradbury e a libri bruciati.
Sono quasi le 22:00 e io sono seduta al tavolino di un bar, c’è l’Inno di Mameli suonato da un’orchestra strampalata a pochi metri da me. Il baccano è infernale e io ho una coccarda tricolore appuntata sulla mia polo blu. Fuori è buio, la bolla del Lingotto si staglia azzurra nel cielo torinese, ancora lui, magico. È la città del diavolo, questa, una città piena di misteri. Le vado incontro: stanotte è la notte dei musei aperti…

Angela Pansini

salone del libro torino

salone del libro torino

Primo giorno al Salone Internazionale del Libro di Torino.
Atterraggio morbido all’aeroporto di Caselle, il mio primo volo. Strana sensazione il rombo dei motori e i vuoti d’aria, vista ala fuori dal finestrino e poi la sorpresa improvvisa di una Torino notturna illuminata dalle luci tricolore del centocinquantenario dell’Unità d’Italia.
Il caldo e l’umidità fanno dimenticare di trovarsi a un passo dalle Alpi, ricordano piuttosto il piacevole tepore primaverile che ci saremmo aspettati di lasciarci alle spalle al decollo dalla Puglia.
Cerco di scorgere la sagoma della Mole tra i tetti della città sabauda; non la trovo, l’anelo come un sogno di felliniana memoria. È un appuntamento che attendo da undici anni, una promessa che spero di mantenere.
L’alba ha il sapore di un cornetto alla marmellata e un cappuccino serviti da un barista che riconosce il mio accento e si rivela essere un conterraneo emigrato. Noi pugliesi siamo dappertutto, siamo riconoscibili come una targa svizzera in pieno centro a Roma.
L’arrivo al Salone è la sorpresa di un accredito stampa che mi apre ogni porta (o quasi) e mi fa sentire semi-onnipotente.
Il programma è serratissimo, la lista degli appuntamenti già stilata a casa, con largo anticipo, ogni tappa stabilita e rispettata.
La giornata si apre con Alberto Angela, ‘il figlio’, lui, l’intellettuale dal fascino assassino. Due mie amiche vanno in orgasmo a un suo ammiccamento mentre firma loro un autografo, io lo ascolto interessata, rapita. È in grado di raccontarmi il viaggio di un sesterzio per tutto l’Impero romano, di tratteggiarmi la varia umanità, la società dell’epoca, i vizi e le virtù di quegli antenati come se narrasse una bella favola. E imparo, o piuttosto ripasso vecchie nozioni di Storia.

È poi il momento di incontrare Luciana Castellina, una ‘vecchia’ comunista e femminista migliorata lasciando decantare la passione di un tempo con la saggezza dell’esperienza. Si parla di femminile, del significato di questa parola nella società odierna, dello svilimento del corpo della donna e del contemporaneo autolesionismo degli uomini che fanno di tutto per insegnare a noi donne che per essere migliori dovremmo somigliare un po’ di più a loro, o fare le prostitute.
L’evento del giorno è però l’incontro, il mio incontro con Margherita Hack. Lei argomenta ironica, intelligente, unica nel suo genere, spiegando con estrema facilità l’astrofisica a noi profani.
Mi domando perché una donna così, a 89 anni, non sia ancora senatrice a vita. E mentre me lo domando mi balena l’idea: fra le tante che le vengono rivolte, decido di formularle anch’io una domanda. Mi alzo in piedi, microfono alla bocca, voce impostata e chiara: «Cosa ne pensa delle varie trasmissioni pseudo scientifiche che instillano false credenze nel pubblico che le segue? E in Italia si fa abbastanza informazione di carattere scientifico?». Lei risponde, argomenta ancora per dieci minuti buoni insieme al giornalista Viviano Domenici. Sono fiera di me, qualcuno al mio fianco si complimenta per la domanda intelligente, le mie amiche filmano il momento, è l’evento del giorno allo stand della Stilo Editrice (con cui viaggio), il racconto passa di bocca in bocca. Ho rivolto una domanda a un genio e lei mi ha risposto, sorridendomi. Mi concedo una pausa per uno spuntino ed è subito la volta di un altro mostro sacro, Umberto Eco.
La sua è una lectio magistralis: ‘Fare romanzi: libertà e costrizione dello scrittore’. Ammetto che un po’ mi delude. Legge, se la prende con il portatile che non proietta sullo schermo alle sue spalle le immagini che vorrebbe, che ha scelto per quella presentazione. È ironico, pungente, ma ha un non so che di freddo, poco confidenziale, irraggiungibile. È Umberto Eco, l’autore de Il nome della rosa, un romanzo che lo ha reso celebre, ma che perciò lui odia.
In questo momento scorro con la mente le immagini, i suoni, i colori, gli odori della giornata e vorrei raccontare tanto di più, ma sono ranicchiata su uno sgabello nel nostro stand, con un Pc lillipuziano sulle ginocchia e la batteria sta per cedere e devo andar di fretta, non ho il tempo di correggere gli errori di battitura, c’è chi lo farà per me… Ma ho comunque voglia di raccontare.
Ho dedicato parte della giornata allo svago: ho assistito a una performance degli Oblivion, quelli de Il Promessi Sposi in dieci minuti che su YouTube hanno migliaia di visualizzazioni, ho assistito con dei bambini chiassosi a un incontro con Spiderman e Capitan America (che somigliava piuttosto a
Renato Pozzetto, ma parlava inglese).
Ho scelto il prossimo fumetto che leggerò, Nero come il cuore, di Giancarlo De Cataldo (sceneggiatura) e Angelo Bussacchini. Un noir di parole scritte negli anni Ottanta e chine fresche di pochi mesi. Tornerò a casa forse con solo questo fumetto in valigia, forse domani girerò per gli stand degli editori, fra una presentazione e l’altra, fra una lectio magistralis e una conferenza e farò acquisti che dovrò spedire in Puglia con un corriere, se voglio salire sul volo RyanAir che mi porterà a casa fra due giorni. E non vorrei, starei qui per mesi, anni, perdendo la cognizione del tempo e dello spazio, fra odore di carta e volti di autori che riconosco tra la folla.
Oggi ho incrociato Valerio Massimo Manfredi, Alan Elkann e forse qualcun altro che non horiconosciuto. Mi sono persa Erri De Luca perché potevo seguire solo due incontri con i grandi autori e ho esaurito il mio bonus con Hack e Eco. Domani chissà come mi accadrà. Saprò dirlo solo dopo aver aperto gli occhi, essermi affacciata da una mansarda e aver posato il mio sguardo sui tetti torinesi, alla ricerca della Mole, aspettando più tardi la metro che mi porti al Lingotto e mi sarò gettata nella mischia, nurendomi di ciò che mi dà più piacere al mondo: l’odore e la consistenza della carta stampata.

Angela Pansini