francesca palumbo

francesca palumbo

Abbiamo con noi Francesca Palumbo, scrittrice de Il tempo che ci vuole, edito da besa, benvenuta, ti abbiamo introdotta con i Radiohead. Magari tu ci puoi spiegare meglio perché, lo puoi spiegare ai nostri ascoltatori/lettori.

Non c’è introduzione migliore, grazie, i radiohead percorrono, effettivamente, un po’ tutte le pagine di questo mio romanzo, naturalmente io sono una fanatica di questo gruppo che adoro, come tanti immagino. C’entra anche un po’ con la storia del libro perché i radiohead stessi si sono formati a scuola, loro erano dei compagni di scuola quando erano più giovani, poi fondarono questa band che si chiamava all’inizio “On a Friday” perché si riunivano soltanto il venerdì e poi hanno continuato, si sono sciolti per un periodo e poi si sono ritrovati, hanno deciso di tornare a suonare insieme. C’entra un po’ con il libro perché in questo libro si parla anche, ma non solo, di adolescenti che poi si ritrovano anche nella vita da adulti, c’entra un po’ tutto anche con l’amicizia, con i valori fondanti che partono dal periodo dell’adolescenza, questi legami forti, che poi continuano nel tempo.

Francesca, tu sei insegnante di inglese in una scuola superiore, uno dei protagonisti del tuo romanzo è un professore di lettere appunto al liceo, quanto c’è di te professoressa in Girardi professore?

Questo bisognerebbe chiederlo ai miei studenti, io spero tantissimo, perché è una bella figura di insegnante, insomma questo Girardi, questo insegnante insieme ad un altro personaggio fondamentale nella dinamica del romanzo che è un clochard che si chiama Lacca, diciamo che è come l’altro, un osservatore molto attento, sono entrambi persone molto generose, molto sensibili e molto attente a guardare negli occhi l’altro. Diciamo che il romanzo insiste molto su questa idea della gentilezza e dell’accoglienza. Gentilezza in realtà anche come antidoto all’estraneità, all’indifferenza. E questo è un insegnante sui generis, ma come ce ne sono molti. Ecco io tengo molto a sottolineare questa cosa, perché purtroppo quello che passa è che nella scuola c’è molta poca voglia di impegnarsi e invece ci sono dei docenti validissimi che veramente non si risparmiano, anzi si spremono tanto per i loro studenti e per questo io mi auguro che i miei studenti riconoscano, in questo personaggio, un po’ di me.

Francesca, senza svelare troppo la storia del romanzo, perché a me piace piuttosto che siano i lettori a scoprirla, però possiamo dire che tante donne sono protagoniste di questo testo, tante donne soprattutto due adolescenti. Il linguaggio stilistico che tu hai dato loro, però è da donna, poco da adolescente e più da donna. Mi sono chiesta, magari è perché tu riesci a rivederti anche in queste adolescenti?

Francesca Palumbo, Il tempo che ci vuole, besa

Francesca Palumbo, Il tempo che ci vuole, besa

Mah no, direi di no, in realtà ci sono molti punti di vista diversi rispetto a questo stile narrativo che adopero, in realtà io credo che siccome il libro ha molto a che fare con il tempo, non ci sono solo donne, noterai che ci sono anche molti uomini, c’è anche addirittura un anziano, [certo, certo] c’è anche un uomo adulto fedifrago per professione che ama tradire le sue donne, c’è appunto il professore, c’è il clochard, che sono personaggi maschili, c’è il papà di una delle due tredicenni presenti nel romanzo. Anche le donne, si, c’è una mamma che è un po’ depressa, un po’ molto diciamo, mentre l’altra madre è molto più compiuta, molto più soddisfatta della sua vita, c’è una psicanalista. È un romanzo, in realtà, abbastanza corale, però è bella questa cosa che dici, perché io credo che siccome il libro è di chi lo legge, effettivamente ognuno…vedi questa cosa è interessante dei libri e di chi legge, di chi scrive e di questo confronto, è che c’è un rispecchiamento molto forte, cioè quando si legge in realtà è come se ci fosse una proiezione del sé, per cui chi legge e riscontra delle cose, rispetto ad altre, vuol dire che è rimasto più colpito da quelle, e probabilmente c’entrano anche con la sua vita, io non so se c’è molto dell’adolescenza in me, me lo auguro, in realtà me lo auguro tantissimo, purtroppo invece sento che mi manca quella bella energia di quegli anni, spero di riuscire a tradurla, perché in effetti il bello degli adolescenti è proprio questo che…sono una materia delicatissima sempre in trasformazione, materia liquida, proprio sfuggente, poco facilmente catalogabile e anche per questo estremamente affascinante, ma sono belli perché sono fragili e coriacei allo stesso punto. Un po’ come i radiohead se ci pensi. E beh in questo io spero di essere una adolescente, perché loro anche sono indefinibili, sono proprio fluidi, e c’è tanta materia irrisolta, proprio per tornare la tua prima domanda, nella loro musica c’è tantissimo, sono capaci di slanci pazzeschi, ma senza essere necessariamente definibili, non sono plateali, però hanno dentro questa condizione esistenziale che annulla le separazioni che sottolinea lo spaesamento.

Nel romanzo c’è molto spaesamento, c’è questo senso di disorientamento dei giovani rispetto agli adulti che non sono più dei modelli, ma il punto è che anche gli adulti sono molto spaesati. [assolutamente] Credo che centri anche con il nostro momento storico, insomma, con una serie di cose…con il tempo di fuori che non è un buon tempo, ecco, è un tempo un po’ così.

Assolutamente posso dire che ritrovo molto del professor Girardi nelle tue parole, quindi spero che i tuoi alunni siano altrettanto soddisfatti, ma ne sono assolutamente certa. Francesca noi ti ringraziamo di questa intervista . Ti auguriamo in bocca al lupo con la promozione del libro che so che sta andando molto bene [crepi, grazie, si pare proprio di si, speriamo che continui così, vi ringrazio] grazie a te, alla prossima, ciao Francesca.

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