Ho aperto davanti a me il programma del Salone. Sfoglio le pagine gualcite, stanche di essere annotate, evidenziate, segnate con un ‘orecchio’ sull’angolo in alto a destra o a sinistra (a seconda dei casi) e continuo a provare quello strano senso di vuoto che lasciano i grandi incontri quando finiscono, quando saluti qualcuno e lo lasci andare via per sempre.

Chi a Torino non c’era forse reputerà esagerata questa mia reazione al distacco da un evento che mi rimarrà impresso molto a lungo, chi invece c’era potrà capirmi. E poi, per me, era la prima volta. Era perfino la prima volta che prendevo un aereo, all’età di 29 anni, e ho vissuto tutto con il candore e l’entusiasmo di una bambina. Chissà Pascoli cosa penserebbe di me.

È l’ora di tirare le somme e di esser seri.

XXIV Salone Internazionale del Libro di Torino, pro e contro.

Iniziamo dai ‘contro’.

Il biglietto d’ingresso, 10 euro; forse un po’ troppo, considerato il fatto che all’interno la maggior parte dei visitatori ha speso somme ben più esose per l’acquisto di libri, fumetti e quant’altro.

Altra pecca, la pressoché totale mancanza di sconti sui libri acquistati; tranne in rare eccezioni (e salvo Il Libraccio, che vende vecchie edizioni a prezzi ridottissimi), tutto ciò che era presente negli stand degli editori era venduto a prezzo pieno.

E ancora, per quanto l’organizzazione fosse eccellente, ho da segnalare la discutibile coordinazione fra gli eventi musicali e le conferenze o presentazioni che si tenevano nelle sale adiacenti (per altro aperte e ovviamente non insonorizzate); così un Dario Fo si è trovato a sdrammatizzare chiedendo un ‘La’ e dicendo che avrebbe provato a parlare a tempo, quando durante il suo intervento è partito un chiassoso sottofondo musicale che disturbava non poco lui e il suo pubblico.

Sulla coincidenza di molti eventi mi trovo a far spallucce, rendendomi conto sarebbe stato impossibile incastrare così tanti incontri in modo tale che il povero avventore non si ritrovasse a litigare con il programma e a invocare inutilmente il dono dell’ubiquità. Peccato solo che nella giornata di sabato 14 maggio fossero stati concentrati ben troppi eventi Green Point (con protagonisti grandi personaggi del calibro di Luis Sepúlveda, James Redfield, Dario Fo, Mario Desiati e Michela Murgia, solo per citarne alcuni) e che fosse impossibile, se non attraverso un’opera di perfetta sinergia in accordo con amici e parenti, accaparrarsi tutti gli ingressi, dato che a ogni visitatore veniva data la possibilità di richiedere ogni giorno solo due biglietti a testa per due singoli eventi (per quattro biglietti complessivi). A tal proposito ricordo uno spiacevole episodio accorso sabato pomeriggio, quando le casse del Green Point sono state aperte mezz’ora prima del previsto (alle 14:00 anziché alle 14:30) e senza alcun preavviso; così che i biglietti per gli interventi di Dario Fo e Serena Dandini sono andati esauriti quasi immediatamente, lasciando a bocca asciutta quanti si erano messi in coda poco prima dell’orario stabilito.

arena-bookstock

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Passiamo agli aspetti positivi, che sono tanti e che nel raccontare vedranno riversati su questa pagina tutte le emozioni che il Salone mi ha dato e che sembrerebbero non essere dispiaciuti ad alcuni dei miei lettori.

Impossibile dimenticare le lunghe code davanti alla Sala Oval, il pubblico all’esterno della Sala Gialla, il chiassoso agitarsi di centinaia di appassionati lettori tra gli stand degli espositori. Ho fatto un bagno di cultura, ma soprattutto mi sono immersa nel piacere di incontrare e conversare con degli sconosciuti che con me condividono la passione per i libri e per la conoscenza. Più volte ho ripensato in questi giorni a quanti sostengono che con la cultura non si mangia, con quanti ritengono che l’Italia sia, tutto sommato, un paese di ignoranti. Forse la buona Italia e la bella gioventù erano tutte là, stipate allegramente nel Lingotto. Perché la bella gioventù c’era ed era commovente a vedersi: ragazzi con libro sotto braccio, nelle borse, che accarezzavano carta stampata esposta negli stand, si confrontavano, si facevano fotografare accanto a una gigantografia del loro autore preferito.

Ricordo ancora con estremo piacere l’aver conosciuto una splendida coppia di sessantenni, incontrati durante una delle interminabili code al Green Point e che poi ho più volte incrociato durante il giorno. Due torinesi Doc che mi hanno parlato della loro città, che mi hanno chiesto della mia regione e hanno provato invidia (loro, che vivono in uno dei più bei posti d’Italia) quando ho detto che il mio governatore è Nichi Vendola; la composta e distinta signora torinese con un libro sotto braccio ha esclamato: «Che culo!», scusandosi subito dopo. Sono incontri che riempiono di bellezza la vita, sono momenti che danno un senso a tutto quella che fai, che vuoi, a quelle che sono le tue passioni. Non li rivedrò mai più, non conosco i loro nomi, ma so che ho passato in loro compagnia due splendide ore.

Due le parole chiave di questo Salone: ‘sporchi comunisti’ e ‘femminile’.

Sarà mica che la cultura è una cosa di sinistra? Ho visto e ascoltato al Lingotto tanti di quei discorsi anti-Berlusconi, tante di quelle invettive contro un governo che taglia i fondi alla ricerca e alla cultura e tanti di quegli applausi a Travaglio, alla Hack (specie quando si è ricordato il suo impegno a favore del riconoscimento alle coppie omosessuali e del testamento biologico e si è ricordato che l’astrofisica è presidente onorario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), a Lerner e a Fo che mi è venuto il sospetto di trovarmi in un covo di ‘rossi’. Strano, io non ho sentito cattivo odore. E mi facevo due docce al giorno (sapete, faceva caldo, a Torino).

Femminile, femminilità, femminismo è stato l’altro mio personalissimo fil rouge del Salone. Dall’incontro con Luciana Castellina all’Arena Bookstock, alla mia domanda a Fo (mi piace ripeterlo e credo che lo inserirò nel mio curriculum vitae: ho fatto una domanda a un Premio Nobel, i miei quindici minuti di celebrità), alle mitiche Littizzetto e Dandini, fino alle meravigliose donne con cui ho diviso questa esperienza: Carlotta, Marina, Maria, Alessia, Angela, Serena, Gemma, Chiara, Jenny… Ho sentito parlare di donne e ho parlato con le donne; le donne, non le ‘femmine’, le donne con la D maiuscola, quelle che non hanno bisogno di sentirsi dire che hanno gli attributi e di essere equiparate anatomicamente a un uomo per sapere che hanno in sé il meglio del mondo.

Voglio ancora ricordare tutti in fila i volti noti incrociati questi giorni, volti, ma anche personalità che possono piacere o meno, ma che da sempre danno qualcosa alla nostra povera patria: Valerio Massimo Manfredi, Paolo Dorfles, Alain Elkann, Alberto Angela, Mauro Corona, Neri Marcorè, Margherita Hack, Erri De Luca, Giampiero Mughini, Luciana Littizzetto, Serena Dandini, Dario Fo e Franca Rame, Bruno Gambarotta, Michela Murgia, Gad Lerner, Marco Travaglio, Paolo Flores d’Arcais, Pierfranco Pellizzetti, Umberto Eco, Giancarlo De Cataldo, Dacia Maraini, Bruno Bozzetto, Francesca Comencini, Igor Cassina, Mario Desiati, Piero Fassino, gli Oblivion… E chissà quanti altri che ho incrociato e non ho riconosciuto!

Pensare che non ho chiesto neppure un autografo; non sono una di quelli, non me ne faccio nulla di un nome scarabocchiato su un pezzo di carta; preferisco uno sguardo, una stretta di mano, un ‘grazie’ o un ‘complimenti per quello che fa’ detto a mezza voce. Preferisco il contatto diretto, preferisco sentire che in questo Paese c’è ancora del buono. Cavoli, tornare a casa e al lavoro dopo questa scorpacciata di genialità non è mica facile!

Ammetto di essere stata un po’ qualunquista e commerciale, ho snobbato le presentazioni di piccole case editrici, di scrittori esordienti o semi-sconosciuti. Non me ne vogliate, ma se prendo per la prima volta in vita mia un aereo, mi faccio mille chilometri e vado al Salone del Libro, voglio pensare in grande e fare cose che difficilmente mi ricapiterebbe di fare stando nella mia città.

Ecco, ora credo di essere davvero giunta alla fine delle mie ‘cronache torinesi’. No, non ho scritto tutto quello che vorrei, perché se dovessi farlo dovrei riversare su questa pagina ogni singolo ricordo dei giorni a Torino e ho voglia di tenere qualcosa per me, per paura che sfugga per sempre dalla mia memoria. Non è nulla di importante, però; solo ricordi, odori, colori, sensazioni, l’incontro di uno sguardo, un sorriso complice, una foto scherzosa, un complimento inaspettato, una risata fra amiche.

Sento di nuovo la saudade che mi assale e stavolta è perché non avrò più da scrivere i miei articoli per ‘Inchiostro’. Mi mancherà farlo, ma spero sia solo un arrivederci al XXV Salone internazionale del Libro di Torino!

Angela Pansini