salone del libro torino

salone del libro torino

La promessa è stata mantenuta, Torino non mi ha tradito, la Mole è spuntata fra i tetti della città. In una serata piovosa di metà maggio, Torino si è rivelata in tutta la sua bellezza originaria intatta, rinnovata nella sua mutazione genetica da città industriale figlia dalla Fiat moribonda a luogo d’arte e di cultura. La cultura che non si mangia, quella che però la gente qui al Lingotto insegue affamata, con gli occhi pieni di luci, spalancati su pile di libri, agganciata saldamente alle labbra di scrittori e geni assortiti che si alternano in questi giorni del Salone.
Stamattina, dopo la pioggia di ieri sera, è spuntato il sole, il caldo è diventato ancora più caldo, la fortuna, cieca di solito, stavolta ci ha visto benissimo e ha puntato me. È stata una giornata piena di sorprese e di lacrime di commozione.
Alle 10:30 l’appuntamento era per la Sala Gialla, all’esterno un assembramento di sporchi comunisti plaudenti, all’interno, a parlare a una platea piena in ogni ordine di posti (ecco il perché dei rossi all’esterno), Paolo Flore D’Arcai, Margherita Hack, Marco Travaglio, Pierfranco Pellizzetti;
argomento La scrittura e l’impegno. I primi venticinque anni di MicroMega. Si parla di come la politica scriteriata di questo governo stia tagliando senza alcuna logica apparente tagli alla ricerca e all’istruzione pubblica e si concorda sul fatto che ogni buona dittatura aneli a comandare un popolo ignorante che possa seguire ciecamente chi è in testa all’esercito di barbari semi analfabeti.
Scelgo poi di tuffarmi nel mondo del fumetto (mia grande passione, che fa di me una nerd insospettabile) e vado alla presentazione di Jacovitti. Sessant’anni di surrealismo a fumetti, di Luca Boschi e Andrea Sani. L’ora passa in fretta, prendo asppunti per me e non solo per me, penso a chi aspetta a casa una cronaca di questo incontro, che vorrebbe essere là, penso alla mia tesi di laurea sulla storia del fumetto italiano. Jac è stato un genio assoluto, popolare, ma non plebeo, un eroe della Nona Arte poco riconosciuto dalla critica nazionale e poco tradotto all’estero. Un’eresia. Il programma della giornata avrebbe previsto un incontro con Luis Sepúlveda, ma l’idea diventa
improponibile quando, appena arrivata al Lingotto ,ma prima ancora di MicroMega e di Jac, mi imbatto in una coda chilometrica al Green Point per accaparrarsi i biglietti per assistere all’incontro. Decido che non posso spendere la mia mattinata, che vorrei dedicare a una passeggiata fra gli stand
delle case editrici e a qualche acquisto letterario, in coda per un biglietto. Nella vita bisogna imporsi delle priorità, io l’ho fatto.
E così mi avventuro nel dedalo di ideali vicoli creati fra queste librerie in miniatura, librerie senza pareti, senza costrizioni, in cui la gente entra ed esce liberamente come vermi gioiosi in mele succulente. È una gioia riconoscersi in quella varia umanità, incrociare uno sguardo e vederci quello di un fratello nella lettura, di un amico sconosciuto simile a me per via di un libro che tiene sotto braccio o di una piantina del Salone dispiegata davanti a sé.
Incontro combagni virtuali conosciuto su Facebook, Chiara e Liborio, i cui volti visti tante volte in fotografia ora diventano tridimensionali, le loro voci si modulano a contatto con il mio orecchio.
Boris mi regala un libro, La donna abitata di Gioconda Belli, dice che parla di una donna con gli attributi, come me. Chiara è bella e matta, come me (matta). Amano i libri, come me.
Dal Libraccio compro vecchie edizioni ingiallite di Medea di Christa Wolf e La donna della domenica di Fruttero e Lucentini. Infilo tutto in una gran borsa nera con il logo del Salone del Libro e inizio a domandarmi se il mio trolley non peserà troppo e RyanAir mi farà decollare oppure no.
A sera è la volta del Nobel, lui, Dario Fo. Un cognome la cui lunghezza è inversamente proporzionale al suo genio. Lo vedo arrivare in cappotto nero, sciarpa bianca e cappello borsalino; con lui l’inseparabile compagna di una vita, Franca Rame, in rosso.
Fo è immenso: colloquiando con Bruno Gambarotta parla di Boccaccio, della rielaborazione che ha fatto del Decameron, è pungente, dilaga in politica, si indigna sui temi sociali, gli applausi sembrano non finire mai.
È il momento delle domande dal pubblico, ho le gambe che tremano, ma mi dico che è un’occasione più unica che rara. Agito le braccia, prendo il microfono. Lui, il Nobel commenta ‘Son solo donne che fanno domande, le donne sono le più intraprendenti!’. Gli chiedo appunto un’opinione del ruolo della donna nella società moderna, un parere sullo svilimento cui, specie certa parte politica, sottopone il genere femminile negli ultimi anni. Lui, il Nobel, risponde e si indigna, batte i pugni sul tavolo, urla giustizia e riabilitazione per noi donne. Gli applausi sono ancora una volta scroscianti. Franca Rame è in prima fila, l’ammiro da lontano. In quel momento penso che non sarei lì se un signore gentilissimo nel pomeriggio, vedendomi in
coda per accaparrarmi un ingresso a quella presentazione, non mi avesse avvicinato cedendomi uno dei suoi due biglietti. Si chiama crossing, qui lo fanno. Da noi no. Il culto della roba.
Quando l’incontro si conclude è la volta di un’altra donna favolosa e di un grande giornalista: Michela Murgia conversa con Gad Lerner su Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna, l’ultimo libro della scrittrice sarda.
È un incontro interessante, profondo, che lascia notevoli spunti di riflessione su temi teologici e sociali e torna il problema di un femminismo da rivalutare, di una donna da proteggere e riscattare.
Il momento topico, però, arriva alla fine della presentazione, quando le persone libro declamano a memoria alcuni passaggi del libro della Murgia. Mi commuovo, sento la forza delle loro parole, penso a Bradbury e a libri bruciati.
Sono quasi le 22:00 e io sono seduta al tavolino di un bar, c’è l’Inno di Mameli suonato da un’orchestra strampalata a pochi metri da me. Il baccano è infernale e io ho una coccarda tricolore appuntata sulla mia polo blu. Fuori è buio, la bolla del Lingotto si staglia azzurra nel cielo torinese, ancora lui, magico. È la città del diavolo, questa, una città piena di misteri. Le vado incontro: stanotte è la notte dei musei aperti…

Angela Pansini