salone del libro torino

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Primo giorno al Salone Internazionale del Libro di Torino.
Atterraggio morbido all’aeroporto di Caselle, il mio primo volo. Strana sensazione il rombo dei motori e i vuoti d’aria, vista ala fuori dal finestrino e poi la sorpresa improvvisa di una Torino notturna illuminata dalle luci tricolore del centocinquantenario dell’Unità d’Italia.
Il caldo e l’umidità fanno dimenticare di trovarsi a un passo dalle Alpi, ricordano piuttosto il piacevole tepore primaverile che ci saremmo aspettati di lasciarci alle spalle al decollo dalla Puglia.
Cerco di scorgere la sagoma della Mole tra i tetti della città sabauda; non la trovo, l’anelo come un sogno di felliniana memoria. È un appuntamento che attendo da undici anni, una promessa che spero di mantenere.
L’alba ha il sapore di un cornetto alla marmellata e un cappuccino serviti da un barista che riconosce il mio accento e si rivela essere un conterraneo emigrato. Noi pugliesi siamo dappertutto, siamo riconoscibili come una targa svizzera in pieno centro a Roma.
L’arrivo al Salone è la sorpresa di un accredito stampa che mi apre ogni porta (o quasi) e mi fa sentire semi-onnipotente.
Il programma è serratissimo, la lista degli appuntamenti già stilata a casa, con largo anticipo, ogni tappa stabilita e rispettata.
La giornata si apre con Alberto Angela, ‘il figlio’, lui, l’intellettuale dal fascino assassino. Due mie amiche vanno in orgasmo a un suo ammiccamento mentre firma loro un autografo, io lo ascolto interessata, rapita. È in grado di raccontarmi il viaggio di un sesterzio per tutto l’Impero romano, di tratteggiarmi la varia umanità, la società dell’epoca, i vizi e le virtù di quegli antenati come se narrasse una bella favola. E imparo, o piuttosto ripasso vecchie nozioni di Storia.

È poi il momento di incontrare Luciana Castellina, una ‘vecchia’ comunista e femminista migliorata lasciando decantare la passione di un tempo con la saggezza dell’esperienza. Si parla di femminile, del significato di questa parola nella società odierna, dello svilimento del corpo della donna e del contemporaneo autolesionismo degli uomini che fanno di tutto per insegnare a noi donne che per essere migliori dovremmo somigliare un po’ di più a loro, o fare le prostitute.
L’evento del giorno è però l’incontro, il mio incontro con Margherita Hack. Lei argomenta ironica, intelligente, unica nel suo genere, spiegando con estrema facilità l’astrofisica a noi profani.
Mi domando perché una donna così, a 89 anni, non sia ancora senatrice a vita. E mentre me lo domando mi balena l’idea: fra le tante che le vengono rivolte, decido di formularle anch’io una domanda. Mi alzo in piedi, microfono alla bocca, voce impostata e chiara: «Cosa ne pensa delle varie trasmissioni pseudo scientifiche che instillano false credenze nel pubblico che le segue? E in Italia si fa abbastanza informazione di carattere scientifico?». Lei risponde, argomenta ancora per dieci minuti buoni insieme al giornalista Viviano Domenici. Sono fiera di me, qualcuno al mio fianco si complimenta per la domanda intelligente, le mie amiche filmano il momento, è l’evento del giorno allo stand della Stilo Editrice (con cui viaggio), il racconto passa di bocca in bocca. Ho rivolto una domanda a un genio e lei mi ha risposto, sorridendomi. Mi concedo una pausa per uno spuntino ed è subito la volta di un altro mostro sacro, Umberto Eco.
La sua è una lectio magistralis: ‘Fare romanzi: libertà e costrizione dello scrittore’. Ammetto che un po’ mi delude. Legge, se la prende con il portatile che non proietta sullo schermo alle sue spalle le immagini che vorrebbe, che ha scelto per quella presentazione. È ironico, pungente, ma ha un non so che di freddo, poco confidenziale, irraggiungibile. È Umberto Eco, l’autore de Il nome della rosa, un romanzo che lo ha reso celebre, ma che perciò lui odia.
In questo momento scorro con la mente le immagini, i suoni, i colori, gli odori della giornata e vorrei raccontare tanto di più, ma sono ranicchiata su uno sgabello nel nostro stand, con un Pc lillipuziano sulle ginocchia e la batteria sta per cedere e devo andar di fretta, non ho il tempo di correggere gli errori di battitura, c’è chi lo farà per me… Ma ho comunque voglia di raccontare.
Ho dedicato parte della giornata allo svago: ho assistito a una performance degli Oblivion, quelli de Il Promessi Sposi in dieci minuti che su YouTube hanno migliaia di visualizzazioni, ho assistito con dei bambini chiassosi a un incontro con Spiderman e Capitan America (che somigliava piuttosto a
Renato Pozzetto, ma parlava inglese).
Ho scelto il prossimo fumetto che leggerò, Nero come il cuore, di Giancarlo De Cataldo (sceneggiatura) e Angelo Bussacchini. Un noir di parole scritte negli anni Ottanta e chine fresche di pochi mesi. Tornerò a casa forse con solo questo fumetto in valigia, forse domani girerò per gli stand degli editori, fra una presentazione e l’altra, fra una lectio magistralis e una conferenza e farò acquisti che dovrò spedire in Puglia con un corriere, se voglio salire sul volo RyanAir che mi porterà a casa fra due giorni. E non vorrei, starei qui per mesi, anni, perdendo la cognizione del tempo e dello spazio, fra odore di carta e volti di autori che riconosco tra la folla.
Oggi ho incrociato Valerio Massimo Manfredi, Alan Elkann e forse qualcun altro che non horiconosciuto. Mi sono persa Erri De Luca perché potevo seguire solo due incontri con i grandi autori e ho esaurito il mio bonus con Hack e Eco. Domani chissà come mi accadrà. Saprò dirlo solo dopo aver aperto gli occhi, essermi affacciata da una mansarda e aver posato il mio sguardo sui tetti torinesi, alla ricerca della Mole, aspettando più tardi la metro che mi porti al Lingotto e mi sarò gettata nella mischia, nurendomi di ciò che mi dà più piacere al mondo: l’odore e la consistenza della carta stampata.

Angela Pansini