dirce scarpello

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Siamo in compagnia di Dirce Scarpello, una scrittrice della nostra terra, nata a brindisi, che ci presenta il suo primo libro, angulus ridet, pubblicato con perrone editore.

Il libro parla di amore in tutte le sue declinazioni, dalla passione al timore ed in particolare lo attraversa nell’accezione della sconfitta. Le parole che sono all’interno del testo, sono nate per una spinta interiore? O dal desiderio di raccontare l’esperienza del mondo in cui vivi? Cosa ti ha spinto a scrivere un testo sull’aspetto talvolta tragico dell’amore con le sue conseguenze?

Come hai detto tu, mi ha spinto la voglia di raccontare come l’universo femminile, non so se avrai visto, sono tre figure femminili estreme, completamente diverse l’una dall’altra, che ovviamente in una donna comune non esistono così estremizzate, ma probabilmente convivono in tutte le donne; questo aspetto della donna che si annulla nell’amore, o nella donna che al contrario utilizza le altre persone e non vuole avere legami affettivi, come la violetta, o viceversa la donna più accomodante, più accogliente, qual è la Mimì, che invece è la grande madre di tutto.

Queste sono donne estreme che tutto soffrono effettivamente per amore, però non è un romanzo di amore in senso classico, come hai detto tu è un amore che purtroppo è sconfitta. Forse a monte c’è la sensazione della donna di essere comunque fallita se non raggiunge un obiettivo amoroso; quindi molto spesso queste donne si auto-svalutano, non riescono ad avere degli atteggiamenti positivi e propositivi all’esterno e quindi la loro autostima ne risente se non hanno delle storie d’amore a lieto fine. Ma la realtà non è mai così. Quindi c’era la voglia di raccontare queste donne estreme.

Gli intrecci presenti nel tuo testo sono spesso indistricabili, le vite dei personaggi e dei protagonisti si legano le une alle altre in maniera assolutamente indissolubile e il lettore man mano che procede nella lettura si accorge di come tutto all’interno del libro sia connesso. Magari anche attraverso una forza che molti definiscono destino. Tu che peso hai dato a questo aspetto nel tuo romanzo? E anche nella tua vita, perché no?

No nella mia vita, invece, sono più orientata all’idea che ognuno di fa da se il suo destino, quindi meno fatalista. Naturalmente siccome l’intreccio era complesso, c’era anche un giallo da risolvere, c’era un elemento misterioso, diciamo che non potrebbe essere classificato come un genere classico nel giallo, è un intreccio di generi e quindi naturalmente molte cose erano funzionali ad un andamento della storia. Naturalmente se noi poi ci allontaniamo dalla trama ci rendiamo conto che molte cose non sono plausibili, però credo di essere riuscita a portare il lettore a crederci, cioè averlo trascinato in questo mondo parallelo in cui lui si affida a quello che dico, poi magari quando chiuderà l’ultima pagina, sarà disincantato e dirà va beh ma non è possibile. Però finché arriva alla fine, credo di averlo trascinato.

angulus ridet

angulus ridet

Nel testo tu utilizzi spesso il corsivo per dar voce ai protagonisti del racconto e all’interno del romanzo suddividi i capitoli di una protagonista con l’altra, sino quasi a metà della narrazione. La ricerca dello stile espositivo, è un aspetto che tu hai curato? Ci hai lavorato molto? Quanto pensi sia importante l’attenzione degli scrittori nei confronti della ricercatezza del linguaggio?

L’utilizzo del dialogo interiore era fondamentale per ficcarmi dentro la testa di questi due personaggi, e per far sì che il lettore fosse quasi ossessionato da questa voce, da questi loro pensieri, da questo loro sentire. Quindi forse per alcuni può risultare pesante, per altri accattivante questo modus operandi. Poi quando questi due personaggi, diciamo che queste due linee parallele arrivano ad una convergenza, cosa che è impossibile, però comunque nel romanzo lo è, in quel momento diciamo che questa voce viene messa un po’ in sordina e si sviluppa di più la trama misteriosa e gialla, dobbiamo dire che c’è un mistero che alla fine comunque sarà svelato in qualche modo.

E non c’è l’happy ending, questo lo diciamo se no sembra il solito giallo, che il cattivo…

Invece per quanto riguarda la ricercatezza del linguaggio, tu fai un lavoro approfondito o ti viene naturale?

Un po’ mi viene naturale, però forse in alcuni punti è anche un po’ troppo ricercato, nel senso che probabilmente se dovessi scrivere qualcos’altro cercherò di essere un po’ più concreta, in quello che sto scrivendo ora utilizzerò uno stile meno ricercato, più immediato. Perché trovo che la ricercatezza è bella, però in alcuni punti può togliere immediatezza.

Ci sono scrittori ai quali ti ispiri o che comunque senti di consigliare a chi si avvicina al mondo della scrittura?

Io credo che ognuno poi possa trovare lo scrittore che sente più affine, l’importante, per tutti scrittori e non scrittori, è leggere molto. Credo sia indispensabile, anche perché a prescindere dal fatto se uno scriva o meno, leggere ti fa acquisire il senso critico nei confronti, non semplicemente e soltanto della realtà sociale nella quale sei inserito, ma anche nei confronti dei sentimenti, del mondo di esporsi agli altri. Credo sia importante in questo, comunque i miei scrittori preferiti sono la Isabelle Allende, la Mazzantini. Mi sento più affine a questo genere, ma ovviamente si legge di tutto.

Che difficoltà hai trovato, ma anche note positive, nel lavorare con una piccola casa editrice?

Le difficoltà sono nel problema della distribuzione e diffusione che ovviamente è limitata e relativa, c’è però una rapporto diretto e immediato con la casa editrice, con gli editor; da questo punto di vista ti senti parte di una piccola grande famiglia. Naturalmente si deve incominciare da qualche parte e quindi da questo punto di vista sono soddisfatta.

Dirce noi ti ringraziamo per questa visita, grazie per questa chiacchierata, però io ho un’ultima curiosità, esiste veramente questo angulus ridet?

Si, naturalmente ho completamente stravolto e distorto, però è un posto della mia infanzia, infatti le persone più vicine a me che l’hanno letto l’hanno riconosciuto e hanno sofferto insieme a me per il ricordo di un posto che non è più nostro.

Va bene Dirce noi ti ringraziamo ancora, in bocca al lupo per il futuro.